
Per fortuna che leggo i giornali, perchè mi stavo perdendo l’ultimo libro di Nick Hornby, “Shakespeare scriveva per soldi”, dopo “Una vita da lettore”, un’altro viaggio nel mondo dei libri e nella vita di uno scrittore.
Sono soltanto a pagina 70 e già mi piace come al solito..quindi, ovviamente, ve lo consiglio. Mi piace il modo in cui Hornby affronta la lettura, e il suo non essere spocchioso, ma anzi, essere sempre in qualche maniera sincero, un inno quasi alla ‘normalità’, a non mettersi mai su di un piedistallo e neanche sopra ad una sedia.
La descrizione:
Il diario di un lettore molto speciale. Un viaggio tra gli scaffali di una meravigliosa libreria virtuale guidati per mano da Nick Hornby — Una lettura tira l’altra, almeno secondo Nick Hornby, che ancora una volta ci guida tra gli scaffali della sua personalissima biblioteca, dispensando con tono cordiale dubbi, consigli e confidenze. Ci sono classici e novità, opere di amici e di esordienti, alcuni volumi acquistati e poi subito riposti in un canto, ma soprattutto libri letti, divorati o lasciati a metà, magari ripresi o abbandonati per sempre. Nel suo nuovo diario di letture Hornby non segue un copione prestabilito. In accordo con la sua idea di letteratura, si lascia guidare da passioni ed entusiasmi profondamente radicati nella vita, senza badare ai pareri della critica ufficiale. La sensazione che un romanzo sia claustrofobico,un prolungato disagio, così come pregiudizi e irragionevoli moti dell’animo, possono determinare l’interruzione di una lettura, ma in questo non c’è nulla di male, «altrimenti finiremmo sommersi dai libri». Così si passa da un saggio su Shakespeare a un graphic novel, da Henry Miller alla letteratura per l’infanzia e ai libri per gli adolescenti, un genere, quest’ultimo, di cui Hornby si è recentemente infatuato. Non manca una parte dedicata ai film, sempre visti con l’occhio dello scrittore appassionato di storie mai banali, specie se ruotano attorno alla vita di un genio della musica come Bob Dylan. E durante i Mondiali di calcio, per guardare ogni giorno le partite assieme ai suoi amici e fare qualche scommessa via Internet, Hornby riesce persino a passare un mese senza libri. Per poi rituffarvisi subito.
Un brano tratto dal libro:
Il problema della lettura è che non finisce mai. L’ altro giorno ero in una libreria a sfogliare un volume che si intitolava più o meno I 1001 libri da leggere prima di morire (e, senza far nomi, devo dire che il compito imposto dal titolo è impossibile per definizione, visto che almeno quattrocento dei libri indicati ucciderebbero comunque), ma da lettura nasce lettura - è proprio questo il punto, no? - e uno che non devia mai da un elenco prestabilito di libri è già intellettualmente morto. Pensiamo ai guai in cui mi hanno messo i saggi di Orwell. Anzitutto c’ è la sua estesa e interessante riflessione su Tropico del Cancro di Henry Miller, un romanzo che, lo confesso, avevo liquidato come robaccia datata; George mi ha persuaso del contrario, così l’ ho comprato. Poi, parlando dei saggi di Orwell con un amico, sono venuto a conoscenza dello strabiliante Napoli ‘ 44 di Norman Lewis, un libro che, come mi pareva suggerire il venerabile amico, poteva tener testa come minimo a qualsiasi saggio orwelliano. (Ma sì, perché fare il timido? Il venerabile amico era Stephen Frears, tuttora meglio conosciuto, mi piace pensare, come regista di Alta fedeltà, oltre a essere fonte infinita di buoni consigli di lettura). Credo che abbia ragione. Il problema dei saggi di Orwell è che oggi sono quasi tutti assolutamente inutilizzabili - e da quando ho cominciato a tenere questa rubrica, è forse la prima volta che non riesco a immaginare un qualsiasi americano di mia conoscenza avventurarsi nella lettura di un libro che ho letto. (…) Se vogliamo fare a Orwell la gentilezza di trattarlo da scrittore contemporaneo, uno le cui osservazioni hanno un senso per noi oggi come nel 1940, l’ ultima frase non può che suscitare ilarità: quanti diciassettenni geniali conoscete che possano aver dato un’ occhiata a Un ragazzo dello Shropshire e averlo trovato «di superficiale efficacia»? Così Orwell, anche quando parla di cose che sa che non sono durate nel tempo, non riescea prevederne la scomparsa assoluta, completa, dalla scena culturale. Come faceva a sapere che il diciassettenne medio avrebbe avuto più probabilità di assaggiare un rene di sua sorella che la poesia di Housman? Non era colpa sua. Mica sapeva che sarebbe arrivato 50 Cent. In un saggio dal titolo Ricordi di libreria, sulla sua esperienza lavorativa in un negozio di libri di seconda mano, Orwell osserva che i tre autori più venduti durante il suo periodo di servizio erano Ethel M. Dell, Warwick Deeping e Jeffrey Farnol. «Ovviamentea leggerei romanzi della Dell sono esclusivamente donne» - be’ , certo, lo sapevamo tutti - «ma donne di ogni tipo e di ogni età, e non soltanto, come ci si aspetterebbe, malinconiche zitelle e le grasse mogli dei tabaccai». Ah, che tempi quelli in cui i romanzieri di successo potevano contare sulle grasse mogli dei tabaccai per la metà dei loro introiti. Oggi i tempi sono molto più duri (e più magri). Quante volte avrei voluto dire alle mogli taglia zero dei tabaccai che non li volevo, i loro soldi schifosi, e purtroppo ho dovuto tener chiusa la bocca perché ho una famiglia numerosa da mantenere. Una delle frasi più sconcertanti, però, la troviamo in Dentro la balena, il lungo saggio sullo stato della letteratura, pubblicato per la prima volta nel 1940, che comincia con la critica di Henry Miller. «Dire “accetto” in un’ epoca come la nostra equivale a dire che si accettano i campi di concentramento, gli sfollagente, Hitler, Stalin, le bombe, gli aeroplani, il cibo in scatola, le mitragliatrici, i colpi di Stato, le epurazioni, gli slogan, il sistema Bedaux, le maschere antigas, i sottomarini, le spie, gli agenti provocatori, la censura sulla stampa, le prigioni segrete, l’ aspirina, i film di Hollywood e gli assassini politici». Non si possono accettare, per esempio, il cibo in scatola, i film di Hollywood e l’ aspirina senza accettare Stalin e Hitler? Mi sa che io sono uno di quei codardi che avrebbero invaso prontamente la Polonia, se quello era un modo per procurarsi un paio di pastiglie per alleviare gli strascichi di una sbornia. E che c’ è di male nel cibo in scatola, sul quale quei ragazzi là insistevano tanto? (Ricordate la poesia Slough, di John Betjeman? «Venite, bombe, e fate a pezzi / quei freschi spacci illuminati / carne, latte, frutta, ortaggi / mente, fiato, tutto inscatolato». Certo, è vero che la frutta fresca è più sana. Ma voglio sperare che, con il beneficio del senno di poi, Orwell, Betjeman e compagnia bella riconoscerebbero che Bergen-Belsene le epurazioni stanno ben più in alto di un bel barattolo di pesche sciroppate nella lista degli orrori di metà Novecento. (…) Alcune frasi invece sono geniali. Sentite questa, tratta dal suo saggio su Dickens: «Al romanziere di successo, la gente chiede una sola cosa: che continui a scrivere e riscrivere sempre lo stesso libro, dimenticando che chi scrivesse due volte lo stesso libro non saprebbe scriverlo nemmeno una volta». Copyright @ Nick Hornby 2009 @ 2009 Ugo Guanda Editore S. p. A., Viale Solferino 28, Parma Gruppo editoriale Mauri Spagnol Traduzione di Silvia Piraccini - NICK HORNBY